Audio 8D, la “nuova” dimensione del suono e come funziona

Audio 8D, la “nuova” dimensione del suono e come funziona

Se tra gli anni 70 e 80 fossero esistiti i social avremmo avuto uno scambio virale di “Registrazioni Binaurali” oppure di “Audio Olofonici”?

In questi giorni sta spopolando su WhatsApp la “Musica 8D”, dei particolari file audio contenenti registrazioni di brani famosi che, se opportunamente ascoltati in cuffia, suonano nella nostra testa in maniera particolare: la fonte sonora sembra essere collocata in punto ben preciso dello spazio che si muove intorno a noi!
Queste registrazioni (se così possono essere chiamate) sono senza dubbio d’effetto, in quanto non siamo certamente abituati a sentire cose del genere. Ma cos’è effettivamente questo Audio 8D? Prima di scoprirlo occorre chiarire alcune cose.

Come percepiamo e recepiamo il suono?

Il suono è una variazione di pressione, generalmente nell’aria. L’uomo può recepire il suono grazie al sistema uditivo, che comprende tra le varie cose le orecchie e i relativi organi di percezione e traduzione del suono. Abbiamo due orecchie e queste forniscono al nostro cervello due “flussi” continui e distinti di suono, tra questi flussi e la percezione soggettiva del suono c’è un’elaborazione inconscia da parte del cervello. Uno dei campi scientifici che studia tutto questo è la psicoacustica.
Le variabili in gioco che portano a variazioni del suono dal momento in cui viene emesso a quando arriva a noi sono tantissime e complesse: anzitutto abbiamo l’ambiente, se ci troviamo all’aperto o in una grande sala avremo ad esempio una differenza di riverbero, poi abbiamo la posizione nell’ambiente sia della fonte che dell’ascoltatore, la pressione sonora della fonte, la conformazione del nostro orecchio, unita alla direzione della fonte, persino la nostra testa (di questo parleremo dopo), etc…
Incredibilmente siamo in grado di assimilare tutte queste variazioni e trarne vantaggio: in base alla situazione in cui ci troviamo il nostro udito è generalmente in grado di riconoscere le diverse fonti, localizzarle e dedurne la pressione sonora. Tutto questo preambolo è per spiegare che per sentire i suoni non abbiamo un semplice microfono bensì un sistema decisamente complesso e avanzato.

La stereofonia

Passiamo alla musica: i brani che ascoltiamo generalmente sono registrati e distribuiti in forma “stereofonica” (o “stereo”), questo significa che avremo non uno (“mono”) ma due flussi distinti di suono che dovranno essere riprodotti da due fonti diverse. Fondalmente i due altoparlanti o le due cuffie che si utilizzano di solito per riprodurre musica. Se avete seguito il discorso precedente è facile dedurre il perché dell’utilizzo di due fonti sonore diverse: abbiamo due orecchie! Le varie tecniche di stereofonia servono proprio per dare un ambiente o panorama al nostro brano.

Mixer Audio: Photo by Sašo Tušar on Unsplash

Aggiungiamo canali

Nel tempo si sono susseguite tecnologie per cercare “aprire” ulteriormente questo panorama, come ad esempio la “quadrifonia” oppure il “suono surround 5.1”, i quali si avvalgono di un numero maggiore di altoparlanti diversificati da disporre attorno alla persona o al pubblico. Queste tecnologie sono ad oggi molto utilizzate principalmente in ambito cinematografico. Un esempio di album reperibile in forma quadrifonica è l’iconico “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd (1973).
Purtroppo queste forme evolute di stereofonia necessitano di tecniche particolari di registrazione, di gestione e di riproduzione. Ed è proprio da una delle soluzioni di registrazione che inizia la storia di quello che oggi viene chiamato Audio 8D.

Le registrazioni binaurali

Come già detto abbiamo due orecchie ai lati della testa, e queste con la loro forma e posizione influnzano il suono che arriva ai nostri timpani. Perché non utilizzare due microfoni da porre letteralmente nel manichino di una testa? Così facendo si possono simulare le stesse condizioni di ascolto dei nostri timpani. Questa è l’idea alla base delle “Registrazioni Binaurali”.
Il bello di questa tecnica è che se ben eseguita riesce a dare una forte sensazione di tridimensionalità dell’audio (rimandando all’apertura del panorama di cui si parlava poc’anzi) sfruttando due soli canali audio e quindi due soli altoparlanti. D’altro canto l’effetto è ben definito se ascoltato in cuffia e poco se non nullo con altoparlanti classici, in quanto “l’ambiente” è già stato incluso nel suono che stiamo riproducendo e dovrebbe essere passato direttamente ai nostri timpani. Il cervello a questo punto interpreterà tutte quelle variabili di cui parlavamo prima, ma questa volta saranno state inserite in fase di registrazione, come se ci trovassimo in quella stanza (in realtà la questione è più complicata di così però il senso è quello spiegato). Il primo album commerciale che sfrutta questa tecnica è “Street Hassle” di Lou Reed (1978).

L’olofonia

Un’ulteriore sistema che sfrutta il principio della registrazione binaurale è l'”olofonia”, brevettata a inizio anni ottanta da un inventore argentino chiamato Hugo Zuccarelli durante i suoi studi a Milano. Nel 1983 Zuccheralli grazie alla CBS rilasciò una registrazione dove dimostrava la potenza del suo sistema tramite una serie di effetti sonori come ad esempio scuotere una scatola di fiammiferi, api, fuochi d’artificio e automobili da corsa. Ovviamente essendo una tecnica di registrazione binaurale soffre delle stesse problematiche di ascolto. Durante i primi anni l’olofonia ebbe un certo successo al punto che fu utilizzata da artisti come i Pink Floyd per l’album “The Final Cut” (1983) oppure Paul McCartney in “Keep Under Cover” (1983).
Possiamo dire che ad oggi queste tecnologie non hanno mai veramente “sfondato”, anche se i vari esperti del settore le conoscono e in qualche modo le utilizzano “dietro le quinte”.

Neumann KU-100, un microfono binaurale

L’Audio 8D

In tutto ciò dove si colloca l’audio 8D? Beh, è un discendente digitale della registrazione binaurale, ed è da qualche anno che circola in rete. Il nome in sè rende l’idea perché è esagera il concetto di tridimensionalità ma in realtà abbiamo visto come si basa solamente su due canali. In realtà il termine non è il nome di una vera e propria tecnica, è semplicemente un nome “commerciale” attribuito a questo effetto di posizionamento della fonte sonora in un file stereofonico. La cosa che lo differenzia dalle registrazioni binaurali però è che effettivamente i brani che sentiamo non sono frutto di una registrazione apposita bensì di un’elaborazione digitale di brani normali.

L’HRTF

In realtà anche qui non c’è nulla di nuovo, basti pensare ai quei videogiochiin cui abbiamo la direzionalità dei suoni che ascoltiamo. Questo effetto è calcolato in tempo reale grazie alla potenza di calcolo che abbiamo oggi (qualcosa di non ottenibile negli anni 70/80) e si basa sul concetto della HRTF (head-related transfer function).
La HRTF è una modellizzazione matematica utilizzata in psicoacustica che fondamentalmente ci dice con un grado più o meno elevato di precisione come la nostra testa modifica i suoni che arrivano ai nostri timpani. Senza dilungarci troppo, con determinati software grazie ad essa possiamo simulare una registrazione binaurale, anche in tempo reale.

Conclusioni

In conclusione, la musica 8D non ha nulla di nuovo se non questo nome accattivante (ma anche no), la sua viralità recente potrebbe essere dovuta al fatto che comunque l’effetto è molto particolare e immersivo, però rimane il fatto i suoi parenti stretti sono già stati “scartati” in passato dall’industria discografica. Effettivamente ad ora l’elaborazione di canzoni famose è abbastanza fine a se stessa, però magari qualche artista se ne avvarrà per qualche nuova canzone ad hoc.

Questa volta sarà vera gloria? Ai posteri la non troppo ardua sentenza.

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